Caterina, nata a Conversano nel 1976, è un’artista visiva che trasforma luce, materia e gesto in una pittura intensa e autentica. Le sue opere, realizzate con tecniche miste su tavola e tela, nascono da una ricerca profonda che intreccia stratificazioni di colore, segni e strappi, dando forma a paesaggi interiori e a luoghi reali filtrati da uno sguardo intimo e poetico. La sua cifra stilistica è immediatamente riconoscibile: un linguaggio personale e autonomo, radicato nel Sud ma capace di parlare all’universale. Dopo la formazione presso l’Istituto d’Arte L. Russo di Monopoli, si laurea con lode all’Accademia di Belle Arti di Bari nel 2005, sotto la guida della professoressa Anna D’Elia. Fin dagli esordi sviluppa una visione interdisciplinare in cui arte visiva, scrittura e insegnamento convivono in un dialogo continuo. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti Pubblicisti di Puglia, ha collaborato con diverse testate locali realizzando illustrazioni, vignette e articoli. Nella sua poetica, il linguaggio visivo e quello verbale si intrecciano: il segno diventa racconto e la parola immagine, in una costante contaminazione tra arte e scrittura. Docente di Arte e Immagine, ha insegnato anche al Liceo Artistico “Pino Pascali” di Bari, contribuendo con passione alla formazione di giovani artisti. Per lei, l’insegnamento rappresenta una parte essenziale della pratica artistica, un’estensione del suo percorso creativo e umano. Dal 2000 espone in spazi indipendenti, istituzionali e sperimentali, partecipando a mostre personali, collettive, estemporanee e fiere. Le sue opere raccontano frammenti di mare, architetture mediterranee e memorie urbane, restituendo una visione poetica del reale. La pittura di Caterina Narracci è un atto di resistenza e di verità, un gesto necessario che rifiuta il superfluo per abbracciare l’essenziale. Ogni segno è una dichiarazione d’esistenza, ogni colore un passo verso un orizzonte in cui arte e vita si fondono.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è un atto di liberazione, ma anche un modo per restare fedele a me stessa. Viaggia su due binari che convivono e crescono. Come Caterina Narracci, l’artista professionista, l’arte è un linguaggio emotivo e visionario. Invece, come Strullina, la narratrice sarcastica, l’arte è più popolare, cammina e dialoga nei borghi pugliesi. Due identità diverse che cercano la stessa cosa: autenticità.
Da dove nasce il tuo alter ego artistico Strullina e che rapporto ha con Caterina Narracci?
Strullina nasce come la mia parte più curiosa e impertinente, un riflesso narrativo che osserva il mondo senza filtri. È uno struzzo colorato che non mette la testa sotto la sabbia, ma la alza per guardare oltre, con un pizzico di malignità. Negli anni, ho trasformato questa voce in un vero e proprio progetto: “Arte a colpi di Strullina”, una rubrica che racchiude delle Pillole d’arte con video e performance. Strullina contro Caterina: una costruisce visioni surreali, l’altra racconta la realtà. Insieme si completano e crescono, nel bene e nel male.
Cosa rappresenta per te la luce e come riesci a trasformarla in materia pittorica?
La luce, nei miei lavori di grandi dimensioni, è un elemento fondamentale che assume carattere simbolico, per esempio con un cerchio. La mescolanza di tecniche diventa la traccia visibile di un percorso evolutivo in continua trasformazione. Con Strullina, invece, la luce cambia tono: diventa intima, quotidiana e fantasiosa. È la luce mediterranea che illumina i vicoli, il mare, le barche, gli ulivi e le architetture pugliesi con elementi frequenti, come per esempio, un palloncino. Le faccio una confidenza: questo momento della mia vita è come se fosse un grande quadro in costruzione — colori forti, tratti decisi, ma anche ombre piene di significato.
Come nasce il dialogo tra gesto, colore e stratificazione nelle tue opere?
Il mio dialogo tra gesto, colore e stratificazione nasce da un impulso fisico. Una linea, un segno, una bruciatura e un’incisione sono il punto di partenza di una costruzione interiore. Il tratteggio, la linea di contorno e il colore espressionista sono i miei alfabeti visivi, quelli che danno identità all’opera, sia di grandi che di piccole dimensioni. Nella stratificazione ogni livello di colore copre e rivela, cancella e riscrive, diventando racconto visivo.
In che modo il Sud influenza la tua visione artistica e il tuo linguaggio visivo?
Sono una pugliese che ama viaggiare e fare tappa spesso a Milano, e ogni volta che torno capisco quanto la mia terra sia meravigliosa ed unica. Le architetture mediterranee, il biancore della calce, il mare, gli alberi d’ulivo, le feste popolari, i dialetti e le tradizioni locali diventano memoria e narrazione. Nelle mie opere queste radici emergono in una pittura emotiva che spesso innalza il Sud in modo diretto. La Puglia non è solo sfondo, ma protagonista, dove il vento soffia per abbracciare, come un atto d’amore.
Qual è l’emozione che più spesso ti spinge a dipingere?
La nostalgia, ma anche l’urgenza interiore di esprimere i miei pensieri ogni giorno. Dipingo, incido e comunico per necessità. Dopo anni bui per motivi familiari, finalmente riesco a dare forma alla memoria, alla libertà, alla fragilità e all’inquietudine. Quando realizzo un’opera sento che pian piano sto riuscendo a dare un senso alla vita e al tempo.
Quanto conta la memoria personale nel tuo processo creativo?
È fondamentale. La memoria personale nel mio processo creativo è ciò che mi spinge a dipingere non per decorare, ma per guarire. Ogni opera nasce da una ferita e da un ricordo che torna dal passato. La stratificazione nei miei lavori è terapeutica: è il dolore che si trasforma in gesto, una cicatrice che diventa segno. L’arte è il luogo in cui la mia memoria prende vita per superare le difficoltà e andare avanti. Creare è la mia cura, una forma di terapia: io, forse, guarisco mentre dipingo e chi guarda si riconosce.
Come vivi l’equilibrio tra spontaneità e controllo nella pittura?
È una giostra emozionante e avventurosa. La spontaneità è l’innesco: un gesto libero per dare il via in modo istintivo. Il controllo è la struttura sui binari che consente al gesto di prendere vita e mantenere coerenza e intensità. Nel lavoro di Caterina Narracci, l’equilibrio è più evidente perché nasce da una costruzione precisa: scelta della tecnica, delle stratificazioni e delle finiture. Con Strullina, invece, giocando sul piccolo formato, lascio più spazio all’improvvisazione e al racconto.
Cosa cerchi di restituire attraverso i tuoi paesaggi interiori e le architetture mediterranee?
Cerco una risonanza. Voglio che chi guarda si riconosca, come nella serie “Borghi d’inchiostro” (ottobre 2025), dove ho voluto restituire il dialogo tra la bellezza del quotidiano pugliese e la narrazione poetica. Le architetture mediterranee sono meravigliosi portali tra l’invisibile e il visibile, tra passato e futuro, dove i paesaggi interiori e le mie radici diventano luoghi di riflessione, sogno e resilienza.
In che modo la scrittura e la parola entrano in relazione con la tua arte visiva?
È praticamente la mia firma concettuale. La parola è complice, poi alleata quando si fa materia, come nell’alfabeto Braille — un omaggio a mia sorella disabile. Il mio percorso parte dal mondo del giornalismo e dal disegno satirico; attualmente insegno arte e sostegno nelle scuole secondarie di primo grado. So che la parola o un gesto hanno un forte potere. Nelle mie ultime opere, la parola non descrive, ma suggerisce. L’arte visiva e la scrittura si completano: due lingue che diventano un insieme.
Cosa significa per te insegnare arte e trasmettere creatività alle nuove generazioni?
Insegnare è fondamentale per continuare ad imparare nel mondo dell’arte e della scuola, che sia pratico o teorico. Nel mio lavoro non separo mai la parte pedagogica da quella artistica: una nutre l’altra. Nel campo scolastico si respira un’altra realtà, poiché con le nuove generazioni nascono le future forme di bellezza.
Se dovessi definire la tua ricerca artistica con una sola parola, quale sceglieresti e perché?
Perseveranza. “Caterina è perseverante”, così mi definivano i miei professori d’incisione all’Accademia di Belle Arti di Bari. È vero, perché l’arte è un cammino quotidiano fatto di verità e sperimentazione. La perseveranza è la forza che mi spinge a ricominciare, a superare i limiti e le difficoltà per dare forma a qualcosa di unico che resti nel tempo e che soprattutto emozioni.
Descriviti in tre colori.
Il blu petrolio, che richiama il mare e il cielo, come profondità e calma. Il rosso, in tutte le sue sfumature, associato alla voglia di vivere. Il giallo ocra, per la luce mediterranea, il sole e la speranza.






