Ilaria, in arte Hilary, nasce il 22 settembre 1990 a Cori, in provincia di Latina. Fin da bambina manifesta una spiccata sensibilità per l’arte e la spiritualità in tutte le loro forme, trovando nella danza la sua più autentica espressione. A soli quattro anni, ispirata dal film Dirty Dancing e dall’eleganza di Patrick Swayze, comincia a muovere i primi passi davanti allo specchio, imitando i gesti e i movimenti della protagonista. A undici anni intraprende un percorso di formazione professionale presso il Centro Immagine Futura di Cisterna di Latina, diretto da Jean Claude Checca, dove studia danza classica, modern-jazz, hip hop e danza televisiva. Trascorre giornate intere in sala, fino a otto ore quotidiane, alternando con determinazione la scuola e la passione per il ballo. Durante questo periodo partecipa a numerosi stage con ballerine di fama come Maria Zaffino e Germana Bonaparte, affinando tecnica, presenza scenica e grazia. Nel corso degli anni si esibisce in diversi musical teatrali, tra cui Moulin Rouge, Grease — nel ruolo di Rizzo — Sister Act nel ruolo di Suor Maria Roberta, Scugnizzi, Notre Dame de Paris e I Soliti Idioti, vestendo i panni di ballerina, attrice e cantante. Le sue esperienze si estendono anche alla televisione, con partecipazioni a programmi come Buongiorno Lazio, Poker d’Assi su Canale 10 e Cantacielo su Rai 2. Per Hilary la danza è sempre stata più di un’arte: è stata una via di guarigione e rinascita. Dopo anni difficili segnati da bullismo, violenze psicologiche, revenge porn e disturbi alimentari, il ballo è diventato il suo linguaggio più profondo, capace di restituirle fiducia, forza e libertà. Negli ultimi anni si è avvicinata ai balli caraibici, scoprendo nella bachata sensual un legame intenso tra corpo e spirito. Guidata dall’influenza dei maestri internazionali Daniel Sánchez e Desirée Guidonet, ha compreso che questa danza non è mera seduzione, ma una forma di comunicazione autentica fondata su ascolto, rispetto e connessione energetica. Da questa consapevolezza nasce il suo progetto più sentito: Conexión dell’Alma, un’associazione che unisce danza, crescita personale e consapevolezza emotiva. L’obiettivo è creare uno spazio sicuro dove le donne — soprattutto quelle che hanno vissuto esperienze di violenza o perdita di autostima — possano riscoprire il proprio corpo e la libertà del movimento, ritrovando forza e bellezza interiore. Nelle sue lezioni, Hilary trasmette non solo tecnica e disciplina, ma anche valori come il rispetto e la comunicazione autentica, invitando i ballerini a vivere la danza come un dialogo d’anima. Parallelamente, coltiva la passione per la scrittura, che le ha valso diversi riconoscimenti nazionali, tra cui il Premio Uniti per la Legalità, il Premio Gold Speciale San Valentino e il titolo di Libro dell’anno 2022 con la sua opera Tutto ciò che sono. Attualmente è impegnata nella stesura dei suoi prossimi romanzi, continuando a intrecciare arte e introspezione. Oggi, a trentacinque anni, Hilary si racconta come una donna che ha trovato nella danza la sua cura e la sua libertà. Il suo sogno è apparire come ballerina in un videoclip di artisti latini internazionali, portando con sé un messaggio universale: la danza non è solo movimento, ma trasformazione; non è ostentazione, ma guarigione. Perché, come ama ricordare, quando nasce dal cuore, la danza diventa una forma di rinascita.
Cosa rappresenta per te oggi la danza, dopo anni di esperienza e trasformazione personale?
Il termine trasformazione è determinante, perché è proprio quello che mi è accaduto nel corso degli anni, nel mio percorso di evoluzione personale, mentale, esperienziale e anche a livello animico. Devo dire che, inizialmente, un tenero talento scoperto, consideravo il ballo come una sorta di passione viscerale, che poi, al momento opportuno, si è tramutata in un: ancora di salvataggio: un faro nel buio, che mi permetteva di trovare un diversivo al dolore che stavo vivendo, a tutte le difficoltà. Successivamente è diventato riscatto, nel momento in cui mi sono riappropriata di me stessa, quando ho voluto manifestare un’identità che era stata annullata. Quasi una rivincita, una rivalsa vera e propria, un modo per manifestare me stessa e dare voce a tutte quelle emozioni che non mi permettevo di esprimere se non attraverso il movimento e la scrittura. Allo stato attuale, il ballo rappresenta tutte queste cose insieme, con un’unica differenza: ho imparato, a dispetto delle sofferenze, che il ballo può essere sì salvataggio, ma che noi siamo gli unici che possiamo salvarci da soli. Il ballo può essere un fattore aggiunto, un alleato prezioso, ma l’unica persona che può salvarci è quella che vediamo nello specchio ogni mattina. E se poi quella versione nello specchio, che vediamo ogni mattina, inizia a ballare… allora anche l’anima inizia a brillare.
In che modo la tua storia personale ha influenzato il tuo modo di insegnare e di vivere il ballo?
Devo dire che la mia storia personale ha avuto forti influssi sul mio modo di ballare, ma in realtà credo di aver iniziato a ballare prima ancora di venire al mondo. Racconto sempre questo aneddoto: sono nata con due giri di cordone ombelicale intorno al collo, e già nel ritmo materno mi muovevo. Sono sempre stata molto iperattiva, anche perché per me il ballo è il manifesto di tutte le emozioni che spesso un individuo non riesce a contenere e che trattiene dentro di sé. Il ballo dà voce all’animo. Una parte del mio vissuto personale è segnata da esperienze difficili — violenze, abbandono paterno, bullismo, disturbi alimentari — con le quali però non mi identifico più, perché oggi mi sento una persona completamente rinata. Ho assunto il mio potere, la mia forma, e mi sono plasmata attraverso quelle esperienze, ma anche attraverso la riappropriazione del mio Sé. Tutto questo ha influito profondamente sul mio modo di insegnare. Anni fa ero una ragazza completamente diversa da quella che sono oggi: tremendamente insicura di me stessa e dei miei talenti. E quei pochi talenti che riconoscevo li vivevo sempre con un po’ di ansia da prestazione, convinta di non essere mai abbastanza, anche a causa del giudizio esterno. Nel tempo ho cercato — e sto ancora cercando — di esautorare quella visione negativa che avevo di me, di riappropriarmi della mia essenza, di assumere con piena consapevolezza il mio ruolo di ballerina e di donna. Ho voluto dimostrare a me stessa quanto fossi capace, quanto io sia in grado non solo di apprendere, ma anche di trasmettere. Trasmettere a chi viene da me — ai miei allievi — il proprio bagaglio interiore, la propria luce. Questo percorso ha anche placato quella innata “sindrome da crocerossina” che, in modo più o meno marcato, persiste in ogni donna. Noi tendiamo spesso ad accudire, che sia per natura o per semplice inclinazione umana. Una donna sembra avere sempre il bisogno di guarire qualcun altro. Il ballo, in questo senso, è anche una forma di guarigione: tante persone che arrivano da me sembrano implorare, con gli occhi, una svolta, una soluzione ai loro problemi. Molti cercano nel ballo un diversivo, un modo per riaffermare sé stessi, per ritrovare la propria unicità. Ed è proprio questo che io desidero offrire — a uomini e donne —: il modo di riprendere potere su se stessi, di riconoscere la propria forza e di imparare a condividerla con l’altro, sempre nel rispetto, nella discrezione, ma anche attraverso la connessione autentica. Devo dire che il mio è stato un percorso abbastanza travagliato, anche perché, inizialmente — come accade a molte donne che si trovano a vivere abusi di natura fisica, psicologica o verbale — avevo paura di confrontarmi con l’altro. E devo ammettere che ancora oggi mi porto dentro, seppur in modo lieve, qualche strascico di ciò che mi è accaduto. Sono conosciuta come una sorta di tornado, perché tendo, nonostante nel ballo il mio ruolo sia quello di follower, a prendere il sopravvento sul leader, cioè sul cavaliere, colui che guida. Avendo ballato per anni da sola, il ballo di coppia per me è stato inizialmente una novità difficile da accogliere. È complesso, infatti, fare un passo senza avere il controllo, senza che sia la tua stessa volontà a decidere ogni movimento. Lasciarsi guidare da qualcun altro — e percepire, attraverso il corpo, la direzione che l’altro vuole dare — richiede fiducia, coraggio e consapevolezza. Con il tempo, con studio, impegno e sacrificio, sto comprendendo che il ballo di coppia non è una questione di comando, ma di coesione. È un rapporto di equilibrio e rispetto, dove entrambi i partner agiscono in misura uguale. Nel ballo, infatti, l’uomo non comanda: molti parlano di “comando”, ma in realtà si tratta di guida, di contatto, di connessione. E quella parola — comando — può essere destabilizzante, perché lascia intendere che l’uomo possa disporre del corpo della donna a suo piacimento. Ma con un insegnante che ti mostra il senso vero del gesto, capisci che non si tratta di predominazione, bensì di fusione. Una fusione in cui la donna è importante tanto quanto l’uomo. E allora tutto cambia: il movimento diventa dialogo, la guida diventa fiducia, il contatto diventa rispetto. Così comprendi che la fiducia nel lasciarsi guidare è molto più rilevante di qualunque forma di comando o dominio, perché richiede un grande coraggio. E per me, oggi, il punto più forte della coppia è proprio la più coraggiosa: la donna accetta deliberatamente di farsi guidare.
Come riesci a trasmettere ai tuoi allievi la differenza tra sensualità e ostentazione nella bachata sensual?
La Bachata Sensual non è affatto “ostentazione”. La Bachata Sensual è una forma di evoluzione della bachata, così come si sono evoluti i dispositivi elettronici, la lingua, la musica, il mercato, la vita stessa. È semplicemente la nipote della Bachata Dominicana. E qui non si parla di una “teenager” con collare, borchie, anfibi e capelli spettinati. Si parla di una fusione di stili. La bachata che molti amano definire “tradizionale” è, in realtà, una versione figurata, esportata in Europa sotto il nome di “bachata tradizionale”, ma la vera tradizionale è quella dominicana, nata a Santo Domingo. Non è più veloce o più distaccata rispetto alla Bachata Sensual attuale: semplicemente è costituita da passi sincopati, che all’apparenza possono sembrare più rapidi. Da lì, la bachata si è evoluta. È stata esportata in Europa, e in Spagna è nata ufficialmente la Bachata Sensual, con il metodo di Korke e Judith. In seguito è stata diffusa in tutto il mondo da Daniel y Desiree, che per me rappresentano dei veri e propri miti. La Bachata Sensual si differenzia dalla tradizionale per un solo, fondamentale punto: la connessione. Una connessione data dal contatto corporeo — non eccessivo, non forzato — ma gentile e determinato. Nella Bachata Sensual i movimenti sono fluidi, armoniosi e dinamici. Purtroppo, molti tendono a fraintenderla, alimentando uno stigma negativo, come se l’eccesso di contatto fosse sinonimo di provocazione o avesse un’accezione sessuale. Ma non è così. Il contatto nella sensual non è un eccesso, è una misura. È un contesto dove l’uomo fa da cornice e la donna è il dipinto all’interno. Il compito dell’uomo non è quello di imporsi, ma di guidare con rispetto: attraverso il busto, talvolta con il fianco, con le braccia, con il giusto frame, con la giusta connessione. Ed è proprio così che la donna viene valorizzata e fatta brillare. Il tema centrale della Bachata Sensual è la fluidità, l’armonia, la dinamicità dei movimenti femminili. E il contrasto, oggi, è che molti vorrebbero ballare la sensual, ma tante donne — soprattutto chi non ha mai avuto un insegnante qualificato — hanno paura. Paura perché nessuno ha insegnato loro quali sono i punti di contatto giusti, o perché hanno vissuto esperienze in cui il contatto è stato frainteso. Un buon insegnante sa mostrare che i comandi non si danno toccando il seno o il fondo schiena. Si trasmettono attraverso una connessione pulita, precisa, elegante. E allora si capisce che nella Bachata Sensual non c’è alcuna accezione sessuale: c’è soltanto comunicazione, fiducia, energia. La Sensual ha anche molte sfumature di altri stili, come la Lambada, che negli anni ’90 fu considerata scandalosa — proprio come accadde per l’Hip Hop, il Rap, o il Tango, che addirittura venne bandito dalla Chiesa. E voglio ricordare, a chi ancora oggi discredita la Bachata Sensual, che anche la Bachata Dominicana, la tanto amata “tradizionale”, nacque in contesti umili: veniva ballata nei bordelli e nei locali popolari, da persone di reputazione discussa, spesso da prostitute o lavoratori poveri. Era una musica di chi soffriva, di chi cercava nel ballo una forma di connessione e di riscatto. La Bachata, quindi, è nata come rivoluzione, e per me la Bachata Sensual rappresenta una nuova forma di rivoluzione: elegante, profonda, consapevole. Così come lo è la Bachata Fusion, perché unisce tutto: la Dominicana, la Sensual, la Urban, la Influence. In essa c’è tutto: radice, evoluzione, libertà. Io amo la Bachata in ogni sua forma, e questo è ciò che voglio insegnare ai miei allievi: non disconoscere nulla, imparare prima di giudicare, pensare con i propri occhi, sentire con il proprio corpo. Perché al di là del contatto fisico, nella Bachata Sensual esiste una connessione visiva e spirituale tra uomo e donna — una connessione che, quando è autentica, diventa pura perfezione.
Qual è stata l’esperienza artistica più significativa che ti ha fatto capire che la danza sarebbe stata la tua strada?
Ci sono stati diversi momenti nella mia vita che mi hanno fatto comprendere che il ballo sarebbe stato la mia strada.Il ballo, in senso generale, è sempre stato parte di me. Già da bambina, quando varcai per la prima volta la soglia di una sala da ballo, sentii che quel luogo mi apparteneva. Avevo undici anni e trascorrevo lì fino a otto ore al giorno, sette giorni su sette, anche la domenica. Già allora mi dedicavo con passione ai balli latini, alla salsa e alla bachata. Ho capito davvero che la danza sarebbe stata la mia vita quando ho iniziato a emozionarmi, a vibrare, quando ballando una coreografia sentivo quell’energia creatrice e distruttrice al tempo stesso, che mi permetteva di esistere, di esprimere attraverso il corpo tutte le parole che non riuscivo a dire. Un momento fondamentale fu quando vinsi, per la prima volta, una borsa di studio all’accademia che frequentavo. In occasione dei venticinque anni della scuola, venni premiata come la ballerina più talentuosa, più costante, il miglior talento dell’accademia. Grazie a quella borsa, ebbi la possibilità di studiare gratuitamente per un anno intero. Fu un periodo determinante: sfruttai ogni istante, ogni lezione, ogni fatica. Un altro momento chiave arrivò durante uno stage con la celebre ballerina Maria Zaffino, dimostratrice di Amici di Maria De Filippi. Quel giorno, mentre ci osservava, ci disse: “Dovete ballare con il cuore. Dovete sudare. Se non sudate, significa che non ballate con il cuore.” Mi venne da ridere, perché io ho sempre ballato con un’energia travolgente, molto più delle altre bambine, poi ragazze, e oggi adulti. Ancora oggi, dopo due balli in pista, sembro “una latina” per quanto sudo, ma è solo perché metto tutto il mio fuoco in ciò che faccio. A volte mi hanno rimproverata per questo, perché la sensualità, dicono, dovrebbe essere più rilassata — ma io, quando ballo, divento impeto puro. Anche il giorno del mio primo saggio fu per me un segno rivelatore. Durante l’esibizione, sono caduta a terra: avevo inciampato su un cappellino lanciato da un’altra ballerina. Mi sono rialzata e ho continuato a ballare come se nulla fosse. Solo dopo ho compreso che quello era un simbolo di ciò che sarebbe stato il mio percorso: cadere e continuare a rialzarsi, sempre danzando. Ricordo che il mio maestro, quel giorno, mi disse: “Se fossi uscita di scena, mi sarei arrabbiato tantissimo. Tu sei una persona che deve continuare a ballare anche quando cade.” Quelle parole mi sono rimaste dentro, e le porto con me ogni volta che inciampo nella vita. Un’altra conferma arrivò in un momento molto difficile: dopo un incidente stradale. Mi investirono con una macchina e riportai una frattura al tendine del piede. Quando arrivò il medico, tra le lacrime non gli chiesi se avrei potuto camminare ancora, ma se avrei potuto continuare a ballare.Non mi importava se fossi dovuta restare su una sedia a rotelle: la mia unica paura era non poter più ballare. Sognavo solo che, anche per un’ora al giorno, avrei potuto danzare e insegnare ancora. Da allora, ogni giorno per me è una conferma: questo è ciò che voglio essere. La danza non è solo la mia passione: è la mia missione, la mia identità, il mio modo di incarnare la vita. Quando ascolto una Bachata mi emoziono fino alle lacrime. Durante l’esecuzione, a volte sento una connessione così profonda con il partner da doverlo ringraziare per il ballo che mi concede. Ci sono persone con cui ballo con particolare piacere, perché tra di noi si crea un legame indissolubile, una sintonia che va oltre la tecnica. Ma ciò che mi fa capire ogni giorno che il ballo è la mia strada è la capacità di emozionarmi sempre: i brividi, il calore che sento nel corpo, il vedermi e sentirmi viva mentre ballo. Certo, quando poi riguardo i video, la mia parte autocritica emerge: vedo le imperfezioni, le cose da sistemare, i dettagli da correggere. Ma quando ballo non mi giudico. Quando ballo vivo. Mi manifesto. Ricordo chi sono. Ritrovo il mio fuoco sacro. E quel fuoco mi connette al divino, alla mia anima, al mio sé interiore. La danza, per me, è questo: manifestare me stessa e la realtà che voglio creare.
Cosa ti ha ispirato a fondare “Conexión dell’Alma” e quale messaggio vuoi trasmettere attraverso questa realtà?
Dunque, come si è potuto evincere, sono una persona molto spirituale. Di base vedo l’anima come uno degli aspetti più potenti dell’essere umano — forse più potente persino della mente. L’anima è il nucleo, l’interno, l’antro da cui tutto nasce. È colei che fa, che muove, che crea. L’anima è il nostro Dio. La Connessione dell’Anima, come la chiamo io, è nata in un periodo particolare della mia vita. Uscivo da un brutto momento, da un amore finito male. Quell’amore mi aveva insegnato — per così dire — la connessione, ma io allora la interpretavo solo come connessione con l’altro. Solo dopo un lungo lavoro introspettivo ho compreso che quell’energia non proveniva dall’altro, ma da me stessa, in coesione con l’altro. Mi sono riappropriata di me, sono tornata a me stessa, alla mia anima, alla mia funzione: guarire. Guarire me stessa e, attraverso il ballo, guarire anche gli altri. È così che ho deciso di chiamare il mio progetto “Connessione dell’Anima”, o in spagnolo Conexion del Alma. Connessione perché, come ribadisco spesso, la bachata, come ogni altro ballo, è prima di tutto una connessione con se stessi. È un legame che instauriamo con il nostro corpo, attraverso movimenti morbidi, sinuosità che a volte ci fanno paura ma che ci riportano alla nostra essenza. La connessione con l’anima si può ritrovare anche nella distanza — e questo si manifesta in un momento specifico della bachata, tecnicamente definito momento di mambo: il punto in cui il cantante smette di cantare e la scena viene lasciata agli strumenti — la guira, il bongó, la chitarra. In quel frammento di ballo, a livello stilistico, si eseguono i pasitos, cioè passi più liberi, distaccati. È il momento in cui la donna e l’uomo assumono voce propria, brillano di luce propria: ballano separati, ma restano in connessione. Ed è proprio in quel periodo che ho ritrovato anche io la mia connessione interiore — con me stessa, con la mia anima. Ma questo progetto non nasce solo per me: nasce anche per le donne. Per tutte quelle donne che, come me, hanno vissuto abusi psicologici o narcisistici, e si sono sentite spente, svuotate. L’unico modo per riprendere in mano la propria vita è riconnettersi a se stesse, ascoltare il proprio corpo, guardarsi allo specchio e non vedere più “uno straccio da cucina”, come spesso ci fanno sentire. Significa imparare a darsi valore da sole, attraverso quella connessione speciale, primordiale, che ci restituisce dignità e forza. Una connessione che fa sì che nessuno possa mai più metterci i piedi in testa o farci sentire indegne. Questa è Connexion del Alma: una connessione con l’altro, sì, ma prima di tutto con il proprio corpo e, soprattutto, con la propria anima, è il coraggio di non lasciarsi spegnere.
Che ruolo ha la spiritualità nel tuo modo di ballare e di insegnare?
La spiritualità, per me, ha un ruolo totalmente rilevante nel mio modo di insegnare. Sono sempre stata una persona molto istintiva, e sebbene io sia del segno della Vergine — e qui torniamo al campo spirituale e astrologico — tendo spesso a buttarmi a capofitto nelle situazioni. Sono una persona passionale, fisica, corporea, ma allo stesso tempo sognatrice. In passato tendevo a idealizzare qualunque cosa, tranne me stessa. La spiritualità mi ha permesso di dare luce alle mie ferite, di trasformarle in oro, e attraverso quella luce di brillare da sola, senza chiedere il permesso. Ecco, io prima chiedevo sempre il permesso di esistere. Grazie alla spiritualità, alla meditazione e allo studio — in particolare della fisica quantistica, della legge di attrazione e della manifestazione — ho imparato a dare a quelle ferite la possibilità di essere prima perdonate, e poi amate. Attraverso la spiritualità, mi sono ricongiunta con la mia bambina interiore: quella bambina che sapeva ballare, ma si vergognava spesso di farlo per timore del giudizio altrui. Quella bambina che sembrava ballare senza pensieri, ma che con la coda dell’occhio controllava lo sguardo degli altri. E mi succedeva anche fino a qualche anno fa, lo riconosco. Con il tempo, grazie a un intenso percorso spirituale, ho imparato non a fuggire dal dolore, ma a non temere il buio. Ho capito che essere spirituali non significa essere solo esseri di luce, ma riconoscere la luce dentro le proprie ombre. Noi siamo il Tao: bianco e nero, luce e ombra, yin e yang. Quando comprendiamo e perdoniamo le nostre ombre, quando smettiamo di disconoscerle, allora realizziamo che sono parte integrante di noi. E l’amore vero, verso se stessi e verso gli altri, è proprio questo: amare le luci e le ombre, la forza e la vulnerabilità. Riconoscerle, dar loro un nome e, attraverso questa integrazione, innalzare la propria frequenza vibrazionale. Quando la frequenza cresce, noi creiamo e diveniamo plasmatori della nostra realtà. Nella vita ho raggiunto traguardi importanti, anche se in ritardo secondo i canoni sociali. Ma quei traguardi sono arrivati nel bel mezzo del dolore, e nonostante tutto sono sempre riuscita a ottenere ciò che volevo, anche l’impossibile. E anche adesso, sto ancora lavorando per realizzare pienamente tutto ciò che desidero, con la stessa determinazione, la stessa fede e la stessa luce che mi hanno sempre accompagnata. Quei risultati, apparentemente arrivati tardi, sono stati in realtà perfettamente sincronizzati con il mio cammino. Perché ogni conquista è nata dal travaglio, da un dolore che, in fondo, mi ero scelta: sia a livello karmico, sia esperienziale. L’anima ha sempre bisogno di evolversi, e spesso si serve del dolore per farlo. Attraverso il dolore, saliamo di grado, assumiamo consapevolezza. Ma quando certi schemi si ripetono, arriva un momento in cui ci chiediamo: “Perché accade ancora?” E lì qualcosa si rompe. Si rompe il meccanismo dell’inconscio, si rompe lo schema mentale, e comincia la guarigione. Grazie all’insegnamento, ho avuto la forza di riappropriarmi di me stessa e di vedere con maggiore chiarezza ciò che mi accadeva. Grazie alla meditazione integrata con la danza — anche solo ballando liberamente, roteando, lasciando fluire il corpo — ho imparato a seguire l’energia primordiale che attraversa i nostri Sette Chakra. E da lì è nata una visione ancora più chiara del mio cammino. Ho compreso che avevo paura di affrontare le mie ombre. E infatti, molti dei miei allievi arrivano a me proprio con questo: ombre che non riescono a riconoscere. Ma durante una lezione, un ballo, un movimento, spesso si aprono in modo spontaneo. Forse perché in me vedono un punto di riferimento, una guida. E questo mi riempie di gratitudine. Non sono una psicologa, certo, ma è confortante sapere che attraverso il ballo molti riescano a ritrovare una connessione spirituale con se stessi. Ed è proprio questo l’input che voglio dare alle persone: usare il ballo come ponte verso la propria anima, come atto di guarigione e risveglio. Voglio che Conexión Del Alma sia molto più di un semplice corso di ballo, o di una comune associazione per vittime che punta più alla prevenzione che alla punizione di chi nuoce. Conexión Del Alma deve essere un luogo di ritrovo per chi, almeno una volta nella vita, si è sentito emarginato, escluso, bistrattato, ridotto al pari di uno straccio usato, sia per fattori esterni, sia per incapacità di riconoscere la propria luce, se non attraverso gli occhi degli altri. Il panorama caraibico, oggi, sta diventando ogni giorno più ostico, soprattutto a livello di condotte discutibili tra allievi, e spesso anche da parte di insegnanti che dovrebbero incoraggiare unione, non aizzare conflitti. Nella realtà dove vivo, soprattutto a Latina, è comune incontrare comportamenti settari: ballerini che si limitano a danzare solo con allievi della propria scuola, o gruppi che includono le persone solo se rispettano certi standard. Molte donne lamentano di essere isolate per l’aspetto, per ciò che indossano, ridotte a mercé dei “leoni da palcoscenico”, giudicate per quello che gli altri credono siano, e mai per ciò che sono realmente. Se poi ti distingui dalla massa, l’attacco e l’isolamento diventano immediati, soprattutto nel contesto dei famosi aperitivi che precedono le serate. Ci sono maestri che infangano altri maestri, allievi che si sentono più esperti degli insegnanti stessi e, quindi, in diritto di giudicare. Commenti sull’abbigliamento, sull’aspetto fisico, sulle lacune tecniche degli altri allievi: tutto questo è purtroppo molto diffuso, e io non voglio nemmeno elencare tutto. Conexión Del Alma nasce come antidoto a tutto questo. I miei allievi si sostengono e si aiutano reciprocamente, senza mai sovrastarsi. Nessuno giudica nessuno, neanche nella concorrenza: tutti si sentono a casa. Non esistono allievi di serie A e di serie B. Ogni voce è importante e rilevante. Quando noto che la connessione e la coesione vengono meno, quando qualcuno genera astio, pregiudizio o competizioni malsane, intervengo immediatamente: chi crea questi conflitti viene espulso. Conexión Del Alma è uno spazio di accoglienza, rispetto e crescita. È un luogo in cui la danza diventa veicolo di comunità, solidarietà e consapevolezza, dove ognuno può esprimere la propria luce senza paura, senza giudizio, senza esclusioni.
Hai vissuto momenti in cui la danza ti ha letteralmente salvato o ti ha aiutato a rinascere?
Come ho già espresso, ci sono state diverse occasioni in cui il ballo mi ha salvato. In primis, dinanzi problemi legati al disturbo alimentare, la malattia che ho subito a causa del bullismo.Per lungo tempo non mangiavo più, uscivo e rientravo dagli ospedali e dai pronto soccorsi. Mi ero ammalata gravemente, ero arrivata a 40 kg, e tutto questo a causa del bullismo che subivo a scuola, insieme ad alcune vicissitudini familiari su cui non voglio tornare — perché le ho superate e non voglio trascinarmi ulteriormente nella negatività. In quel periodo, il ballo mi ha letteralmente salvato. Ricordo che mia madre, per farmi mangiare, mi iscrisse a un corso di danza, anche se ai tempi non poteva permetterselo. Mi disse: “Se tu ricominci a mangiare, io ti iscrivo a un corso di ballo.” Era un sacrificio per lei, che avrebbe richiesto più lavoro e impegno, ma era disposta a farlo per realizzare il mio sogno. Quando mi sono iscritta al corso, ho rispettato quell’accordo: ho ricominciato a mangiare in maniera sana e a recuperare peso. Il ballo mi ha salvata anche in uno dei momenti più tragici della mia vita: quando sono stata travolta dal caos mediatico legato alla vicenda di revenge porn e cyberbullismo. Per anni non potevo più uscire di casa; sono stata cinque anni barricata tra le mura domestiche, dove non mi era più permesso andare a ballare la sera. Potevo frequentare solo qualche corso di ballo, una, due, tre volte al mese, e non di più, perché la situazione economica e personale non me lo permetteva. Eppure, anche quando credevo di non farcela, anche durante quei momenti di isolamento totale e stallo, il ballo è stato la mia terapia. Sono convinta che molte ragazze che hanno subito lo stesso tipo di problemi possano, attraverso il ballo, ritrovare forza, libertà e possibilità di emergere. Il ballo diventa così non solo un’arte, ma un vero e proprio strumento di rinascita. Grazie al ballo possiamo smettere di identificarci con ciò che dicono gli altri e iniziare a comprendere chi siamo realmente.
Come riesci a bilanciare la tua attività di ballerina con quella di scrittrice?
In realtà, non ho mai avuto difficoltà a conciliare queste due posizioni, perché per me una è imprescindibile dall’altra. Quando scrivo, partorisco una danza di parole. Quando danzo, invece, riscrivo il mio destino. Riscrivo me stessa, riscrivo la mia identità. E ogni volta c’è sempre qualcosa in più da integrare. Anche quando facevo ore e ore di ballo, frequentando ancora la scuola, il liceo, riuscivo comunque ad avere un rendimento altissimo. Per me, quindi, attraverso il ballo trovo l’ispirazione per scrivere, e attraverso la scrittura mi sento più motivata a ballare. Non riuscirei a vivere senza l’uno o senza l’altro: per me sono due dimensioni imprescindibili e direttamente proporzionali. L’una non può esistere senza l’altra. Io sono il ballo, ma sono anche scrittura. E ci sono molte altre sfumature di me stessa che si intrecciano a queste due. Molti miei amici, scherzando, mi chiamano “Rima Bachata”, perché chiaramente scrivo rime e cerco di far rimare anche i miei fianchi con i movimenti tipici della bachata, quell’ondeggiare e quell’ancheggiamento che tutti conoscono bene. Non è mai stato difficile per me conciliare queste due passioni. Infatti, quando ho del tempo libero tra una lezione e l’altra, lavoro ai miei romanzi, ai miei libri, a tutto ciò che sto creando.
Tra tutti i musical e i progetti a cui hai partecipato, ce n’è uno che porterai per sempre nel cuore?
Uno dei musical più determinanti che fece scattare in me la passione per il ballo fu il mio primo saggio di danza, tratto dal musical Moulin Rouge. Io interpretavo il ruolo di una pittrice, in uno stile completamente bohemian. La protagonista, Satine, ballava con un erotismo e una sensualità tali da farmi venire subito la voglia di sprigionare la stessa energia. All’epoca non ballavo ancora con la tecnica che ho oggi, anche se ero già tra le migliori. Era il mio primo anno di danza, avevo 11-12 anni, e mi vergognavo a manifestarmi completamente: ero molto timida e pacata. Quell’esperienza fu per me un vero trampolino di lancio, che mi permise di tirare fuori tutta la grinta che porto ancora con me oggi. Mi guardavo e mi chiedevo: “Perché non posso ballare anche io così?” Da quel momento, da ragazza timida del corso, iniziai a manifestarmi a 360 gradi, diventando energica e selvaggia in pista. Un altro momento importante fu il musical Sister Act, dove interpretavo il ruolo di Suor Maria Roberta all’interno del cast. Abbiamo fatto una rivisitazione di quel musical e, a fine saggio, fui premiata come migliore performer di studio. Un altro ruolo significativo fu in Grease, dove interpretavo Rizzo. Purtroppo, quell’anno contrassi una bronchite polmonare, quindi ballai e recitai, ma non riuscii a cantare. Il canto è sempre stata un’altra mia passione: ho studiato per sei anni e, sebbene ora sia un po’ fuori allenamento, mi piace ancora cantare. Ho avuto anche esperienze in videoclip musicali, tra cui uno contro la violenza sulle donne, dove cantavo una canzone tratta dai miei testi, Abbassa la voce. Ho lavorato come comparsa e nella figurazione in diverse serie e film Netflix, ballando anche nei maggiori teatri di Roma. In alcune occasioni, ho avuto l’opportunità di esibirmi con i ragazzi di Amici di Maria De Filippi, delle vecchie edizioni. Una delle esperienze più significative è stata su Rai 2, qualche anno fa: la mia prima volta davanti alle telecamere nazionali, per ballare e non per denunciare episodi negativi. Sin da piccola ho partecipato a trasmissioni e TV private, ma quell’occasione fu davvero speciale. E continuo ad avere la volontà e la determinazione di proseguire, esplorando e coltivando tutte le mie passioni artistiche: ballo, scrittura e performance.
Qual è il sogno che ancora ti spinge a ballare ogni giorno con la stessa passione di quando eri bambina?
Chiaramente, il mio più grande sogno è quello di poter essere me stessa a 360 gradi, perché quando ballo io divento me stessa: divento la versione migliore di me, quella che gli studiosi di fisica quantistica e gli amanti della manifestazione chiamano “la mia versione del 5D”. La parte di me decisamente lontana da quella che per troppo tempo è rimasta intrappolata negli ostacoli, nei pregiudizi, nelle paure che le hanno impedito di amarsi pienamente. Quando ballo, invece, mi libero. Divento esattamente ciò che voglio essere e che aspiro ad essere da sempre: una donna libera, ribelle, che combatte con le unghie e con i denti quando la voce non basta, quando quella del pregiudizio diventa più forte della propria volontà. Sono una donna che ha imparato a passare dalla difesa all’azione, non più per combattere gli altri, ma per affermare se stessa. Molti mi definiscono “leonessa” — ed è vero, lo sono, perché credo nella forza della donna che risorge, che si riconosce, che non si arrende. E che spesso ha la capacità di ruggire non come indice di aggressività ma come difesa dei propri confini e della propria libertà. Tra i miei grandi sogni c’è quello di esibirmi con l’uomo della mia vita, in uno show, magari in uno di quei locali importanti che abbiamo qui nella mia zona. Vorrei riapparire in televisione, ma questa volta non per raccontare il dolore, bensì per mostrare la mia arte, la mia rinascita. Desidero aprire una scuola di ballo tutta mia, dove poter insegnare, creare e condividere energia insieme alla persona con cui sento la connessione più profonda. Nel frattempo, lascio fluire, affidando il corso della mia vita all’universo e alla mia anima, che sa sempre dove condurmi. Un altro dei miei sogni è viaggiare, partecipare a più congressi possibili, ampliare il mio bagaglio di conoscenze nel mondo della bachata. Vorrei ballare accanto ai miei miti, Daniel e Desirée, e magari un giorno realizzare uno spettacolo con loro, o danzare all’interno di uno dei videoclip dei miei artisti caraibici preferiti. Ma il mio sogno più grande è quello di essere una voce oltre le voci, una voce che si distingue, che trasforma il dolore in manifestazione di rinascita. Una voce capace di dare forza a chi non riesce ancora a rialzarsi. Voglio dimostrare che rinascere attraverso il dolore, e farlo attraverso il ballo, sia uno degli atti più rivoluzionari e sovversivi che esistano. Perché il ballo combatte il pregiudizio, spezza la cattiveria, dissolve l’odio. Gli uomini primitivi stessi danzavano come rituale magico per evocare la pioggia, per benedire la caccia o i raccolti, per unirsi e per canalizzare l’energia dell’universo. Attraverso la danza creavano la loro realtà. E allora, perché non usare il ballo per combattere ogni forma di violenza, pregiudizio e sopraffazione? Il ballo è la mia arma di luce. È la mia rivoluzione.
Descriviti in tre parole.
Ribelle, Selvaggia, Autentica.





