Lorenzo, pubblicitario, illustratore e pittore catanese, esprime una sensibilità artistica autentica attraverso una pittura figurativa contemporanea che racconta il quotidiano con uno sguardo personale, attento ai dubbi e alle sfumature che lo abitano. Pur avendo una formazione pittorica, nel tempo ha esplorato molteplici linguaggi: incisione, scultura plastica, grafica, video e fotografia. Da adolescente frequenta il laboratorio di incisione di Nino Mustica, esperienza che lascia un segno profondo nel suo percorso e che arricchisce la sua ricerca, aperta anche a suggestioni informali e astratte. Dal 1982 lavora nel mondo della pubblicità, inizialmente come grafico e illustratore, poi come art director, video-maker, regista e infine direttore creativo, ruolo che ricopre ancora oggi. La sua ecletticità lo porta a ottenere riconoscimenti sia come illustratore e video-maker, sia come artista. Nel 2002 presenta la personale “Prime alchimie”, una raccolta di fotografie digitali esposta a Catania. Nel 2011 accompagna per la prima volta il compositore Matteo Musumeci sul palco, realizzando disegni a pastello in live painting durante un ensemble di musiche originali nello spettacolo “Pentagramma cromatico”. Da quell’incontro nascono nuove collaborazioni, proseguite nel 2017 e nel 2023, a conferma di un percorso artistico sempre aperto al dialogo tra discipline.
Cos’è per te l’arte?
Sembrerebbe una domanda semplice, invece no: dipende sotto quale aspetto ne vogliamo parlare. L’arte che si riduce a “decorazione” perde il suo valore reale e profondo. Per me l’arte è armonia, tensione, espressione; quando si rapporta con il mondo che la circonda si fa portavoce di segnali sociali e civili, di analisi psicologiche siano esse intime o collettive. Certamente chi utilizza l’arte per narrare un concetto, un sentimento, un disagio, lo fa utilizzando materiali, strumenti e procedimenti, ma con tutta la padronanza tecnica che si può avere, fare arte non è come realizzare un comò.
Quella è maestria da artigiani, non arte. Ecco la ragione per cui i miei dipinti difficilmente vengono scelti come oggetto d’arredo. La creatività espressiva nasce sempre dall’impellenza di comunicare suggestioni che non sono mai fine a sé stesse; attraverso la narrazione (a volte irrazionale, stupita, affascinante, altre volte irriverente, concettuale, tragica o incantata) l’arte urta l’intimo del singolo per rivolgersi alla società intera. A torto o a ragione l’arte induce comunque a riflettere sul senso delle emozioni o degli accadimenti su cui vale la pena indagare, dunque, rappresenta uno specchio incantato dove l’immagine riflessa della società stessa si manifesta nella sua cruda deformità. Infine, mi piacerebbe che nascessero sempre più occasioni di interdisciplinarità tra le arti. Il dialogo è sostanziale per l’accrescimento del valore di un’espressione artistica.
Quali sono gli aspetti del quotidiano che ti ispirano maggiormente quando dipingi?
Dopo una lunghissima pausa ho ripreso a dipingere solo recentemente, nel 2022. A differenza delle produzioni giovanili dove ero dedito a raccontare prevalentemente bellezza estetica, attraverso figure femminili, l’età matura mi ha portato a narrare frammenti di vita quotidiana osservata “spiando” le persone nella loro consueta attività. Molto più recentemente, invece, mi sono dedicato a un unico tema, ossessivo, un ciclo di opere in progress dal titolo “Mirror vacuum” nel quale mi soffermo a sottolineare il cambiamento di paradigma che ha assunto la nostra esistenza da quando la nostra giornata è legata a uno smartphone.
In che modo la tua esperienza nel mondo della pubblicità influenza oggi il tuo linguaggio pittorico?
Inutile negare che grafica, fotografia, regia e narrazione – strumenti centrali nel marketing – non coincidano in modo stretto con l’espressione artistica, che invece richiede un binario indipendente e di respiro più libero rispetto agli obiettivi della “vendita dei prodotti”. Tuttavia, devo riconoscere che una certa influenza incrocia la mia sensibilità artistica fino ad affiorare nel mio linguaggio pittorico.
L’idea di un’immagine costruita per “funzionare” su più livelli, anche percettivi, è un’eredità che nel mio lavoro ritorna. Allo stesso modo, la visione artistica ha spesso intriso le mie scelte da pubblicitario. Una certa libertà concettuale, che potrei avvicinare per analogia allo spirito di Magritte o di certe operazioni di Duchamp, mi ha permesso di non pensare la comunicazione solo come messaggio, ma come gesto poetico. In fondo credo che attraversare in modo interdisciplinare mondi differenti – l’efficacia visiva della pubblicità e la ricerca interiore dell’arte – generi un arricchimento inevitabile. Proprio come accaduto a molti artisti del Novecento che hanno dialogato con cinema, fotografia, grafica o performance, anche per me la contaminazione non è mai stata una minaccia, ma un ampliamento delle possibilità. Ogni percorso, quando si lascia contaminare, può solo crescere.
Cosa ti affascina di più del rapporto tra figurazione e astrazione nelle tue opere?
La parte astratta dal tratto gestuale dei miei dipinti è un’eredità frutto della frequentazione dell’atelier catanese del maestro Nino Mustica, nei primissimi anni ’80: un laboratorio dove ho praticato l’incisione e la stampa al torchio. A quel tempo Mustica aveva abbandonato la figura e dipingeva solo soggetti astratti. Non ho mai tentato di emularlo – neanche solo per studio – ne ho solo ereditato una ricerca di vibrazioni che una superficie astratta mi fa provare. Difatti i miei primi dipinti di quel periodo non partivano mai da un concetto, ma lasciavo che gli sfondi che creavo come base ispirassero la nascita della figura, che collocavo poi solo in un secondo tempo. Oggi invece non è più così: prima nasce un’idea, definisco il bozzetto al computer e solo in base al soggetto vado a creare lo sfondo dal tratto astratto in grado di accogliere la figura.
Come scegli il momento o il tema da raccontare attraverso la tua pittura?
Le mie opere raccontano un realismo quotidiano – trasfigurato in una dimensione atemporale – pretesto per indagare verità che superano la superficie della forma, alla ricerca di valori più intimi e spesso sfaccettati. La mia pittura è uno spazio di confine rarefatto in cui affiorano memorie, visioni, presenze sospese. Un’indagine sulla soglia tra visibile e invisibile, tra presenza e assenza, tra materia, tempo e traccia. In un’epoca in cui l’immagine è spesso consumata nella sua immediatezza, scelgo la via di un’iconografia che non mostra ma evoca.
Che ruolo hanno il dubbio e l’introspezione nella costruzione delle tue immagini?
Il grande dubbio consiste nell’inquietudine del mondo moderno che raffiguro, mentre l’introspezione è il metodo attraverso il quale io – insieme allo spettatore – tento di afferrare e dare senso ai “singoli frammenti” di questa realtà liquida. Ogni attimo, prima di essere inglobato nel “vortice” del quotidiano, urla il bisogno di essere osservato, analizzato e compreso nel suo intimo più recondito. Questo processo di estrazione e analisi dell’attimo è intrinsecamente introspettivo. Il dubbio e l’introspezione giocano entrambi un ruolo catalizzatore nella costruzione delle mie tele, riflettendo la mia visione della “società liquida” contemporanea. I miei lavori sono un invito a una lettura stratificata, dove la figura emerge da uno sfondo in perenne movimento e mutamento. L’osservatore è uno “spettatore privilegiato” di un viaggio introspettivo di ricerca di verità e identità. La tela non è una superficie statica, ma un tentativo di attivare un’interattività con l’osservatore. Nel mio autoritratto “TAP”, il gesto del dito che tocca la tela come uno schermo di un dispositivo elettronico è il sintomo del “sofferto dubbio, dell’inquieto vivere dell’uomo di oggi”.
Quale tecnica, tra quelle che hai esplorato negli anni, senti più vicina alla tua identità artistica?
La mia tecnica, dove le figure sembrano emergere da sfondi informali e gestuali, rispecchia la difficoltà nel cogliere una verità univoca. Temi apparentemente leggeri o ironici nascondono “verità altre”, suggestioni che richiedono all’osservatore di non fermarsi alla prima impressione, stimolando il dubbio e l’indagine intellettuale. Prediligo l’utilizzo degli acrilici – integrati da pastelli e inchiostri – su tela o tavola, superfici rese materiche adoperando sabbie, stucchi, carta e colla (ma la sperimentazione è un divenire del quale non so fare a meno, dunque, presto utilizzerò anche altri materiali).
Come vivi il passaggio dal lavoro in studio alla dimensione del live painting sul palco?
Nel mio studio c’è il tempo per la riflessione e l’introspezione, per la stratificazione meditata, per coprire e riscoprire, per l’analisi e la decostruzione del soggetto. È un processo intimo, quasi alchemico, dove l’opera si costruisce attraverso la memoria e la riflessione profonda. Il live painting sul palco è l’esatto opposto: è azione Pura. Ogni disegno deve essere pensato prima, in studio; l’esecuzione deve essere cronometrata con la durata del brano e i diversi movimenti che lo caratterizzano. Sul palco l’immagine deve comporsi in un tempo limitato, diventando un’istantanea intensa in grado di dialogare con la musica dal vivo e con il pubblico. Mentre in studio il dipinto assorbe la mia riflessione, sul palco il pastello reagisce all’energia sonora e alla presenza fisica degli spettatori. Quello che in studio è “dubbio”, sul palco si trasforma in determinazione esecutiva.
C’è un progetto o una collaborazione che consideri una svolta nel tuo percorso?
Ogni artista che ama condividere con la propria esperienza – senza gelosie o pregiudizi – è per me fondamentale nello sviluppo del mio cammino artistico. Talvolta si creano sinergie potenti – come la collaborazione con il Maestro compositore Matteo Musumeci, autore di musiche per il teatro, con il quale condivido il palco per i miei live painting – in grado di determinare influenze e svolte.
Il ricevere inaspettatamente, ad esempio, la commissione per un progetto artistico è uno di quei fattori estremamente stimolanti. In primo luogo una nuova commissione genera obiettivi concreti, mi permette di deviare dalla mia comfort zone, sviluppa un dialogo tra me e chi l’arte la fruisce, mi conferisce una certa responsabilità che una tela “libera” non mi richiede, può generare nuove e inattese prospettive, può far crescere.
Qual è la sfida più complessa nel conciliare arte, illustrazione e direzione creativa?
Una produzione artistica pretende una libertà assoluta, ricerca, esplorazione, rischio. L’arte può permettersi di vagare, mentre l’illustrazione deve assolvere alla sua funzione. Illustrare richiede responsabilità, chiarezza, immediatezza, leggibilità, l’illustrazione deve dialogare con il testo.
La direzione creativa richiede una visione strategica ai fini del marketing. Traccia le linee guida, lo stile, il linguaggio, il tono di voce di tutto il sistema di comunicazione. Se la difficoltà maggiore è evitare che nessuna di queste tre attività schiacci le altre due, la vera abilità sta nel mantenere un equilibrio dinamico: lasciare che l’arte si esprima generando senso, che l’illustrazione narri efficacemente, e che la direzione creativa mantenga il suo ruolo strategico. Se tutto fila elegantemente, senza rovinose cadute, i tre linguaggi si amplificano.
Che cosa cerchi di lasciare allo spettatore attraverso le tue opere?
Chi guarda i miei dipinti non deve fermarsi all’estetica – talvolta si riconoscerà in un gesto quotidiano, o sarà attratto dalla bellezza di una figura – ma ragionare sulla necessità che questa si renda necessaria per mettere in dialogo la superficie visiva con la verità intima e profonda del concetto di cui si fa latore. L’osservatore delle mie opere deve essere suggestionato dal tratto e pervaso dal dubbio, cioè dal pensiero che si cela nel substrato del quadro. Ogni opera dovrebbe essere una rivelazione, un’apertura di un nuovo varco, uno spioncino di una porta segreta dal quale l’esperienza silenziosa di osservatore viene premiata con una rivelazione. Il mondo interiore si manifesta e ciò che sembrava robusto diventa vulnerabile.
In che direzione senti che si stia muovendo oggi la tua ricerca artistica?
La mia evoluzione è fortemente influenzata da diversi fattori, in testa a tutti il contesto socio-culturale. Non penso di allontanarmi, almeno per il momento, dalla mia visione filosofica di “palinsesto” alla ricerca del senso nel contemporaneo: non mi basta che la figura emerga dallo sfondo, voglio che “lotti” con la materia che cerca invece di assorbirla, una materia che è memoria fisica, tempo, esperienza. Inoltre, mi sto allontanando dalla narrazione descrittiva di micro-storie per concentrarmi sempre di più sull’archetipo dell’istante sospeso in uno stato d’animo universale. Continuerò a raffigurare spinto dall’incertezza, ma voglio che i miei dipinti rappresentino segnali riconoscibili, moniti silenziosi che invitino a toccare l’attimo, profondamente.
Descriviti in tre colori.
Non ho una palette personale, ma se dovessi descrivermi attraverso tre colori che mi rappresentano inizierei dal giallo, non uno qualsiasi, un giallo cadmio deciso, tendente all’ocra. Per me il giallo è energia, luce, vivacità. Forse è legato anche alla mia terra, la Sicilia. Il secondo colore, per me immancabile, è certamente il nero. Colore elegante e carismatico. Rappresenta il colore dell’inchiostro, della stampa e della grafica. Infine, come a voler enfatizzare i primi due, il terzo colore è un verde turchese (o blu petrolio chiaro). Il colore del “fluire” e del cambiamento, della contemplazione… il colore dell’acqua. Gli antichi Egizi usavano il Turchese come prezioso per gli ornamenti nei sarcofagi. È una tinta in perfetto equilibrio tra il blu e il verde, tra cielo e terra. Evoca le cristalline lagune tropicali. Simboleggia apertura, intuito, ma anche il dubbio, l’inquietudine e l’ignoto, quello stesso ignoto da cui le mie figure emergono. È in questo fragile, ma potente equilibrio cromatico che cerco di far emergere l’essenza delle fragilità dell’uomo contemporaneo.






Grazie Roberto, per lo spazio che mi è stato dedicato e la gentilezza (mai scontata).