MARCO RIGAMONTI

MARCO RIGAMONTI

Marco, in arte Kiggy, è un artista visivo nato a Lecco nel 1992. Sin da piccolo coltiva una doppia passione per il disegno e i videogiochi, due mondi che si intrecciano nella sua ricerca creativa e danno vita a uno stile unico, sospeso tra nostalgia e immaginazione futuristica. Dopo un percorso formativo in grafica pubblicitaria, sceglie la via dell’autodidattica, costruendo con tenacia un linguaggio visivo personale, libero dalle regole accademiche. Le sue opere digitali sono piccoli universi sci-fi ispirati all’estetica degli anni ’70, popolati da creature bizzarre, camaleonti astronauti, pianeti onirici e bar interstellari. Ogni illustrazione è una narrazione visiva che, con ironia e leggerezza, affronta tematiche attuali come il progresso, l’impatto ambientale e il rapporto dell’essere umano con l’ignoto. Lontano dall’arte concettuale, Kiggy punta a meravigliare lo sguardo, stimolare pensieri e divertire, offrendo visioni che, pur affondando nello spazio, parlano sempre del presente.

Cos’è per te l’arte?

L’arte per me è un sistema di traduzione del caos. È il tentativo di rendere visibili idee, sogni, paure o semplici intuizioni che non trovano spazio nel linguaggio quotidiano. È anche un rifugio: una zona franca in cui posso deformare la realtà e ricostruirla con regole tutte mie.

In che modo la fantascienza anni ’70 ha influenzato il tuo immaginario visivo e narrativo?

La fantascienza anni ’70 aveva quella particolare capacità di essere visionaria ma profondamente umana. Non era solo estetica spaziale, ma riflessione sociale, politica, filosofica. Da Moebius a Solaris, quel decennio ha definito per me un’estetica del possibile: tute spaziali usurate, creature ambigue, mondi alieni ma stranamente familiari. Tutto ciò è entrato nel mio immaginario come una seconda pelle.

Cosa rappresentano per te i camaleonti astronauti e le altre creature ricorrenti nelle tue opere?

Sono personaggi-ponte: ibridi tra l’umano e l’alieno, tra l’esploratore e il sopravvissuto. I camaleonti, in particolare, incarnano l’adattamento, la mimetizzazione, ma anche una certa malinconia. Sono creature che sembrano sempre fuori contesto come se stessero cercando un posto dove appartenere. E forse, in fondo, parlano proprio di me.

Come nasce una tua illustrazione: parti da un concetto, da un’immagine o da una storia?

Spesso da un dettaglio. Un oggetto, una texture, una strana associazione mentale. A volte da un titolo che mi suona bene. L’immagine prende forma prima della storia, ma poi, lavorandoci sopra, mi accorgo che un mondo inizia a organizzarsi attorno a quell’immagine. È un processo più vicino alla scoperta che alla progettazione.

Quanto conta l’ironia nel tuo lavoro e cosa ti permette di raccontare che altri registri non riescono a esprimere?

L’ironia mi salva dalla pesantezza. È un filtro che mi permette di toccare argomenti seri come l’isolamento, il cambiamento climatico, l’identità senza diventare predicatorio. Mi piace quando l’osservatore sorride, ma poi si ferma un attimo a pensare: “Aspetta, forse c’è qualcosa di più qui sotto.”

Qual è, secondo te, il rapporto tra arte digitale e arte tradizionale oggi?

È un dialogo in continua evoluzione, non una competizione. L’arte digitale ha aperto possibilità tecniche e distributive impensabili, ma l’arte tradizionale conserva un fascino tattile e una fisicità insostituibile. Io uso strumenti digitali, ma con un’attenzione artigianale: ogni pixel è comunque una scelta manuale. Credo che oggi i due mondi possano coesistere, contaminarsi e arricchirsi a vicenda.

Quali sono le sfide e i vantaggi dell’essere un artista autodidatta nel panorama contemporaneo?

La sfida più grande è il confronto continuo con l’insicurezza tecnica. Ma il vantaggio è la libertà totale: non ho avuto insegnanti da compiacere o regole da interiorizzare, quindi ho potuto costruire un linguaggio tutto mio. Oggi, con le risorse online e le community, essere autodidatta nel contemporaneo: è un modo alternativo di apprendere, spesso più fluido e personale.

Hai mai pensato di tradurre i tuoi mondi visivi in un videogioco o in un’esperienza interattiva?

Sì, spesso. I miei mondi sono già “abitabili” nella mia testa, e il salto verso l’interattività sarebbe naturale. Mi affascina l’idea di un videogioco non lineare, dove esplorare ambienti sospesi tra sogno e rovina, senza obiettivi chiari se non la scoperta (esiste già un videogioco simile e che adoro si chiama No man’s sky). Magari un giorno ci arrivo, magari in collaborazione con uno studio indie.

Quali artisti o movimenti ti hanno ispirato maggiormente nel costruire il tuo stile?

Moebius è sicuramente una figura chiave. Ma anche l’estetica di molti videogiochi, le copertine dei romanzi di fantascienza, le serie tv. Amo i contrasti: il raffinato e il trash, il lirico e il tecnico. Tutto questo plasma il mio stile.

Nelle tue opere affronti anche temi legati all’ecologia: che ruolo credi possa avere l’arte nel sensibilizzare su questi argomenti?

L’arte non ha il compito di educare, ma può far riflettere. Il mio approccio è più atmosferico che didascalico: cerco di evocare un senso di perdita, di decadenza silenziosa, come se il mondo avesse già superato un punto di non ritorno. Ma in mezzo a tutto questo, lascio sempre uno spiraglio una pianta che cresce, una creatura che si adatta. L’arte può rendere visibili le conseguenze senza urlarle.

Se potessi ambientare una tua mostra in un luogo immaginario del tuo universo visivo, che tipo di spazio sarebbe?

Sarebbe una stazione spaziale, sospesa in orbita attorno a un pianeta sconosciuto. Lo spettatore potrebbe perdersi nei corridoi, aprire porte, scoprire stanze sempre diverse, una mostra esperienza insomma, dove i miei quadri vengono esposti su supporti diversi schermi dei computer, proiezioni olografiche oppure dipinti sullo scafo della stazione.

Descriviti in tre colori.

Come primo colore penso al verde come simbolo di crescita continua e connessione con la natura e l’universo (il mio colore preferito da sempre). Secondo l’arancione come voglia di mettersi in gioco, vitale, curioso. Terzo scelgo il viola come simbolo di mistero, attenzione ai dettagli, guardare oltre le apparenze.

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