SONIA ZICCARDI

SONIA ZICCARDI

Sonia è una musicista e cantante jazz nata a Genzano di Roma nel 1993, il cui percorso artistico si distingue per rigore accademico, ricerca espressiva e continua apertura alla contaminazione tra linguaggi. Inizia a studiare canto all’età di 14 anni, affiancando successivamente lo studio della teoria musicale e del solfeggio, che approfondisce presso il Conservatorio “A. Casella” dell’Aquila. Si forma poi al Conservatorio “O. Respighi” di Latina, dove ottiene la laurea triennale e successivamente il diploma di secondo livello in Canto Jazz con il massimo dei voti e la lode. La sua formazione si arricchisce con masterclass internazionali e seminari di altissimo livello, tra cui quelli del Siena Jazz, a fianco di figure come Michael Mayo, Jo Lawry e Gerald Clayton. Negli anni costruisce una carriera variegata, esibendosi in importanti festival e rassegne italiane e internazionali, come Novara Jazz, il Jazz Club di Torino, il Whelan’s di Dublino e il MuntagninJazz. I suoi progetti, come Driade, Nude e gli omaggi a Blossom Dearie e Nat King Cole, riflettono una visione artistica personale e raffinata, in cui la voce si intreccia a una narrazione musicale intima e pensata. Parallelamente alla musica, coltiva la scrittura poetica: nel 2021 pubblica Spoglia, la sua prima raccolta di poesie, premiata e accolta con favore dalla critica. Collabora a progetti letterari collettivi legati a figure come Pier Paolo Pasolini e Giacomo Leopardi, evidenziando un pensiero sensibile e una ricerca linguistica che unisce parola, suono e gesto. Artista eclettica, Sonia esplora anche il legame tra musica e movimento, partecipando a performance coreutico-musicali e progetti sperimentali che abbattono i confini tra le arti. La sua ricerca si muove sempre in bilico tra tecnica e visione, tra rigore e libertà, facendo della voce uno strumento per raccontare il mondo, il sé e la bellezza della fragilità umana.

Cos’è per te la musica?

Una grande scappatoia. Sono sempre stata molto timida ed introversa, le mie cuffie lo sanno. E’ sempre stata la mia bitta, attorno alla quale ormeggiare la nave, molte volte in tempesta. E’ questa l’immagine che ho della musica.

Qual è il filo conduttore che lega la tua musica alla tua scrittura poetica?

Non vi è filo conduttore. Ho sempre lavorato alla musica e alla poesia separatamente e poi, casualmente, ho trovato qualcosa di similare che ho voluto unire. Certamente quando scrivo, lego un testo alla musica che poi andrò a cantare, ma se nasce come poesia, non voglio che venga forzatamente accompagnato dalla musica e, per mia volontà, non è mai accaduto.

Cosa rappresenta per te la voce, al di là dello strumento tecnico?

E’ espressione del mio essere e, purtroppo e per fortuna, esce sempre. Quando mi sento particolarmente triste o ferita, non riesco bene a domare con la tecnica questi aspetti, ma lo accetto serenamente.

In che modo l’esperienza nei festival e nelle rassegne ha influenzato la tua visione artistica?

Be’, devo dire che ha influenzato molto il mio modo di vedere diversi aspetti, non solo quello artistico. Avevo un’idea molto fiabesca della musica, ma bisogna tener conto di elementi che aiutano a strutturare una rassegna o un festival, come un’organizzazione ad hoc all’interno di una struttura prescelta o assegnata tramite bandi etc, l’aspetto economico, tutto lo staff che vi partecipa…Tutto questo si distacca da una vera e propria convivialità che immaginavo, dunque bisogna adattarsi! Ne consegue che anche la musica deve adattarsi a questo viaggio inaspettato che il musicista compie quotidianamente. La visione prettamente artistica, invece, è cambiata perché mi ha permesso di calibrare il mio strumento, di lavorarci più approfonditamente, di scorporarlo, perché ne ho visto i limiti, insieme ai pregi e ai difetti.

C’è un progetto tra quelli che hai portato in scena che senti più vicino alla tua identità?

L’ultimo che ho portato in scena, di cui sono orgogliosa e che ho da pochissimo registrato in studio, è sicuramente Driade. Rispecchia la mia persona, perché ripercorre tappe della mia vita che mi hanno permesso di crescere, lavorandoci su e scontrandomi anche, a volte, con me stessa. C’è un brano a cui sono particolarmente legata, Daddy, che ho scritto proprio per mio padre, perso a marzo del 2024.

Come vivi il passaggio tra le esibizioni live e la dimensione più intima della composizione?

Sono due facce completamente diverse della stessa medaglia. Senza l’una non potrebbe, forse, esservi l’altra. Ovviamente ciò riguarda chi scrive, chi prova a comporre qualcosa di personale che, attraverso la musica, si esplichi. La composizione ha bisogno di uno spazio tutto proprio, di immergersi profondamente in ciò che si sente in quel momento e lasciargli spazio. Diciamo che è una condivisione con se stessi. Durante le esibizioni, questa si riversa nei confronti di un pubblico che, solitamente, è pronto ad accogliere ciò su cui si è lavorato. Dunque, diventa un momento di tutti: di chi propone e di chi accoglie.

Qual è stato l’incontro formativo o artistico che ti ha cambiato più profondamente?

Mi risulta difficile rispondere a questa domanda perché vi sono stati diversi Maestri e musicisti che mi hanno insegnato tanto, sia dal punto di vista musicale che umano. Ecco, io credo che da questo ultimo punto di vista, abbia ricevuto molto di più che, ovviamente, mi è servito anche sul piano musicale. Ma se non ci fossero stati degli insegnanti in particolare probabilmente non sarei così dedita alla ricerca culturale e alla messa in discussione della mia persona. Sento, però, di ringraziare la mia Vocal Coach, Arianna Manias, che da qualche tempo è faro del mio strumento vocale.

In che misura la danza e il corpo entrano nel tuo lavoro musicale?

La danza e il corpo, durante un master e successivamente ad esso, hanno caratterizzato diverse performance artistiche, insieme a musicisti e danzatori. Ho lavorato sul corpo come strumento atto ad esprimere le mie emozioni, così come con la voce. E’ stata una bella scoperta che, oggi, ho accantonato per dedicarmi ad un lavoro sul canto e sulla scrittura. Porto sicuramente con me, gli insegnamenti ricevuti sul movimento e sullo stare in scena, dimensione a me poco nota quando iniziai.

Che significato ha per te il silenzio, sia nella musica che nella poesia?

Non potrei far musica senza il silenzio. Ho scritto delle poesie sul silenzio proprio in un momento in cui mi ritrovai afona qualche anno fa e non vi fu momento migliore per comporre di tale argomento.

Qual è il ruolo della sperimentazione nel tuo percorso creativo?

Sono pronta a studiare qualcosa di nuovo se mi viene proposto, qualcosa anche di molto lontano dal mio mondo artistico, se sento di volerlo fare. Non ho paura di dedicarmi al nuovo, di conoscere altre dimensioni, altri artisti, altra musica da cui poter imparare qualcosa di nuovo. Se capita, sono ben felice di farlo. Non ricerco volutamente, però, delle sperimentazioni se non per necessità di cambiamento.

Hai un sogno artistico che ancora non hai realizzato?

Sì! Vorrei duettare con cantanti che stimo, di cui condivido il pensiero artistico, che mi suscitano onestà intellettuale attraverso la loro musica.

Descriviti in tre pezzi.

Joga di Bjork, Caroline di Laura Marling, Brahms ‘Op. 8’ Piano trio in Si maggiore.

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