ISABELLA SANTORO

ISABELLA SANTORO

Isabella è una fotografa nata a Firenze nel 1986. Si avvicina alla fotografia all’età di ventiquattro anni, scoprendo in essa uno strumento privilegiato per osservare il mondo con maggiore consapevolezza. Nel tempo, il mezzo fotografico diventa per lei un canale di connessione interiore: oggi, attraverso l’autoritratto, esplora emozioni, identità e stati d’animo, intrecciando la propria immagine a un’indagine sensibile e profonda. La sua visione è soggettiva, intima, vicina all’estetica pittorica dell’impressionismo, dove luce e atmosfera sostituiscono la nitidezza del dettaglio. Nelle sue opere si alternano luce naturale e artificiale, generando ambienti sospesi e surreali, dove il vedere lascia spazio all’evocare, e la fotografia diventa esperienza emotiva e poetica.

Cos’è per te la fotografia? 

In realtà non me lo sono mai chiesta veramente, ma se mi fermo a pensarci, la prima parola che mi viene in mente è: rifugio. La fotografia è il mio rifugio, nel quale sento un totale abbandono e in cui riesco a vivere concretamente il qui ed ora.

Cosa ti ha portata a scegliere l’autoritratto come forma espressiva principale del tuo linguaggio fotografico?

Inizialmente, per avere un soggetto sempre disponibile e per avere la possibilità di sperimentare liberamente. Successivamente si è trasformato in un momento intimo, un vero e proprio rito personale. Ogni scatto è un dialogo con me stessa.

In che modo le emozioni guidano la costruzione delle tue immagini? Parti da uno stato d’animo o da un’immagine mentale?

Di solito parto sempre da un’idea più o meno precisa, spesso accompagnata da un’immagine mentale. Alla base c’è sempre il desiderio di comunicare qualcosa, anche se in modo non troppo didascalico. Mi lascio trasportare dalle emozioni che vivo durante la sessione fotografica in quanto l’idea iniziale spesso e volentieri si evolve, a volte perché non facilmente realizzabile altre perché il risultato che sto ottenendo è migliore o semplicemente diverso rispetto a ciò che avevo immaginato. In altri casi mi affido completamente all’improvvisazione. Come nella serie di autoritratti che ho realizzato in cui il mio volto era coperto da una rosa sospesa, in questo caso l’idea è nata durante la sessione fotografica, in quell’occasione la rosa che stavo usando si è accidentalmente spezzata, mi è rimasta in mano praticamente solo il bocciolo. Quel frammento ha dato vita ad un’immagine nuova cambiando il senso dello scatto.

L’estetica impressionista è una chiara influenza nel tuo lavoro: come riesci a tradurla attraverso la fotografia contemporanea?

I lineamenti deformati e non perfettamente nitidi danno la sensazione che il soggetto ritratto sia stato immortalato in maniera fugace. La nitidezza che lascia spazio al non definito, e proprio in quel non definito che si manifesta un’emozione o uno stato d’animo che appare rapidamente, ma lascia il segno.

Che ruolo ha la luce, sia naturale che artificiale, nella definizione delle atmosfere intime che crei?

Utilizzo la luce artificiale quando voglio creare un’atmosfera più drammatica e conturbante, il risultato è un’immagine di me distorta, ambigua, che riflette uno stato d’animo inquieto. Con la luce naturale voglio creare armonia, la morbidezza del mosso mi permette di fondere soggetto e sfondo in un perfetto equilibrio.

Qual è la relazione tra la nitidezza e la sfocatura nelle tue immagini? Cerchi intenzionalmente l’indefinito per evocare l’invisibile?

Come dicevo prima è proprio nell’indefinito che nasce la mia creatività. Ricerco la nitidezza non direttamente nel soggetto ritratto, che è invece avvolto da elementi di sfocatura, come se stessi sognando l’immagine che sto realizzando.

Quando osservi un tuo autoritratto, ti riconosci o scopri aspetti nuovi di te stessa?

Il confine è sottile e viene oltrepassato continuamente, mi riconosco nelle immagini di me più distorte, mi riconosco quando voglio trasmettere fragilità, oppure forza e consapevolezza, ma, ancor prima dell’identificazione, l’autoritratto è una scoperta di me stessa che non sarebbe avvenuta se non mi fossi fotografata.

Hai mai pensato di estendere il tuo linguaggio visivo anche ad altri soggetti, o senti che l’autoritratto resti insostituibile?

Nei miei lavori appaiono anche altri soggetti, ma scelgo di fotografare solo persone con cui sento una forte connessione. Attualmente l’autoritratto rimane il mio mezzo espressivo principale, ma non escludo di fotografare altro. All’inizio del mio percorso fotografico amavo sperimentare con le doppie esposizioni, per cui fotografavo luoghi, oggetti, persone, non escludo quindi di ritornare alle origini ogni tanto.

Quali artisti – fotografi o pittori – senti più affini al tuo percorso?

Mi sento profondamente legata agli artisti del surrealismo, in particolare ad artisti come Man Ray, Jerry N. Uelsmann, Lee Miller, mi ha sempre affascinata la loro capacità di andare oltre l’oggettività del reale e la libertà con cui riuscivano a sperimentare. Recentemente ho scoperto le opere di Laurence Demaisom, i suoi autoritratti distorti mi hanno ispirata molto. Mi sento poi particolarmente affine a quelle fotografe che hanno scelto di usare il proprio corpo come mezzo espressivo, come Francesca Woodman, quindi l’autoritratto è stata la naturale conseguenza di questo legame.

Qual è il confine tra il privato e il condivisibile nella tua fotografia? C’è mai una sensazione di vulnerabilità nel mostrarti così profondamente?

Sì, provo spesso questa sensazione, quasi ogni volta che condivido i miei lavori mi sento vulnerabile, infatti a volte aspetto dei mesi prima di condividerli. E’ come se dovessi far passare del tempo per prendere le distanze e per riuscire a guardarmi con un sguardo più lucido ed oggettivo. 

Hai progetti futuri in cui la tua ricerca visiva si evolverà in nuove direzioni, tecniche o tematiche?

Ho alcuni progetti in mente che continuano a svilupparsi intorno all’autoritratto, sento di poter ancora esprimermi su questo tema, voglio ampliare alcuni progetti che ho già iniziato, le fotografie allo specchio, visibili sul mio profilo, ne sono un esempio, voglio approfondire tutte le sensazioni che provo a rivedermi in un’immagine riflessa “senza volto”, ed ecco infatti che ritorna l’indefinito. Penso che l’evoluzione di questo tema sia strettamente legata alla mia evoluzione interiore. 

Descriviti in tre parole.

Sensibile, riservata, determinata.

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