Manuele, nato e cresciuto a Riccione, ha 32 anni e ha trovato nella pittura il suo spazio di libertà, un luogo in cui il caos interiore prende forma e diventa respiro. Circondato fin da sempre dai colori grazie al lavoro in un colorificio, nel 2017 ha sentito il bisogno di dare voce a ciò che non riusciva a esprimere a parole e ha iniziato a dipingere da autodidatta. Inizialmente il suo era un dialogo intimo con se stesso, fatto di esperimenti, insicurezze e ricerca costante. Un viaggio dall’altra parte del mondo nel 2023 ha rappresentato una svolta, spingendolo ad ascoltare davvero la propria vocazione e a condividere la sua arte. Il suo percorso lo ha condotto dall’astrattismo verso un linguaggio più figurativo e simbolico, che oggi sente pienamente suo. Nel tempo sono arrivate anche le prime occasioni espositive: una mostra collettiva a Bologna con ottimo riscontro, un evento olistico a Riccione dedicato all’arte come strumento di cura e un mercatino artistico a Faenza, dove ha riscoperto la bellezza del contatto diretto con le persone. Attraverso i suoi quadri Manuele racconta frammenti emotivi, squarci di luce e ombra, enigmi che non chiedono soluzioni ma invitano chi guarda a riconoscersi. Per lui l’arte è cura, magia e verità. Il suo sogno è quello di avere uno studio tutto suo, uno spazio in cui continuare a creare e a far sognare chi si ferma davanti alle sue opere, ma prima di tutto se stesso.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è al tempo stesso massima espressione e rifugio personale. È il momento in cui l’anima si mostra senza filtri, senza difese e senza auto-giudizio, lasciando scorrere tutto il mondo interiore. L’arte è la massima espressione di sé, ma è anche il mezzo attraverso cui creare connessioni con gli altri. In un’opera c’è il passato, presente e futuro. Mi fa stare bene, mi fa sentire vivo.
Qual è stato il momento in cui hai capito che la pittura non era più solo una passione, ma una vera vocazione?
Non ricordo il momento esatto in cui ho capito che la pittura non era più solo una passione, ma so che a un certo punto ne sentivo profondamente la necessità. Tornavo a casa dal lavoro e mi mettevo a dipingere, mattina e sera, e ogni volta provavo una sensazione di completezza e benessere, anche frustrazione a volte. Ma fa parte del “gioco”. È stato allora che ho realizzato quanto la pittura fosse diventata parte di me, qualcosa che dovevo seguire con sincerità. Complici anche i miei amici, che mi hanno spinto a credere in me stesso, ho capito che era una vocazione: un modo per esprimere ciò che non riuscivo a dire a parole.
In che modo il lavoro in un colorificio ha influenzato il tuo approccio ai colori e alle tue opere?
Lavorare in un colorificio mi ha fatto conoscere la materia prima da vicino: tonalità, mescolanze e sfumature. In particolare, ho imparato quanto siano importanti gli abbinamenti di colore, fondamentali per la riuscita e l’armonia di un’opera. Stare ogni giorno immerso tra pigmenti è stata la mia prima vera scuola artistica: dal creare un colore in quel lavoro, ad oggi nei miei quadri, lascio che siano proprio i colori a guidarmi.
Cosa hai portato con te dal viaggio dall’altra parte del mondo e come ha trasformato la tua arte?
Dal mio viaggio dall’altra parte del mondo ho portato con me un bagaglio che va ben oltre le immagini e i ricordi. Ho incontrato etnie diverse, nuove culture e persone che mi hanno aperto orizzonti. Ho visto colori, respirato la natura in tutta la sua immensità, e mi sono lasciato “cullare” da prospettive lontane dalla mia. Tutto questo ha trasformato il mio modo di dipingere, rendendolo più libero e vibrante. Aiutandomi a creare un mio stile personale che inizialmente era semplice astratto. Volevo raccontare storie, che in primis piacessero a me. Infine, cosa più importante, quel viaggio mi ha insegnato ad aprirmi alla vita senza paura del giudizio: oggi sento che l’arte non deve compiacere, ma esprimere. E nei miei quadri cerco di restituire proprio quella sensazione di libertà, di incontro e di verità che ho vissuto durante quel cammino.
Quando dipingi, quali emozioni cerchi di trasmettere e quali invece emergono spontaneamente senza che tu le cerchi?
Più che emozioni, credo di cercare di trasmettere a prima vista un certo bilanciamento e coerenza tra i colori. Credo che le emozioni siano molto personali e che ogni quadro parli in modo diverso a chi lo guarda. Allo stesso tempo, però, ci sono cose che emergono spontaneamente senza che io le cerchi: il mio presente, pensieri effimeri, la musica che ascolto mentre dipingo, la gioia ma anche la fragilità. La tela diventa così uno specchio di ciò che sto vivendo, spesso in modo del tutto inatteso.
Che significato hanno per te gli enigmi e le ambiguità che proponi nelle tue tele?
Sono parte integrante del mio linguaggio. Spesso mi viene chiesto cosa ci sia scritto in alcune frasi presenti sulle mie tele, ma non posso dare una risposta precisa… in fondo, Rebus è il mio nome d’arte, no? Mi affascina l’idea che un quadro non debba mai essere del tutto chiaro o definitivo: l’ambiguità apre possibilità infinite e rende ogni opera viva, mutevole e unica per chi la osserva.
Cosa provi quando ti confronti direttamente con il pubblico durante mostre o mercatini?
Inizialmente mi spaventava il giudizio, ma con il tempo ho imparato a viverlo come un dialogo sincero. Ho capito che la vulnerabilità è una moneta d’oro, non solo in queste circostanze ma anche nella vita personale. Confrontarmi con il pubblico è un’esperienza intensa: è bellissimo vedere come le persone interpretino i miei quadri in modi completamente diversi da ciò che avevo immaginato. Ricordo all’ultimo mercatino, la mia vicina di banco applaudì quando vendetti un quadro e mi diede un grande abbraccio. È stato molto emozionante, soprattutto perché in quei contesti non c’è competizione, ma sostegno. E lo trovo meraviglioso.
Se immaginassi oggi il tuo futuro studio, come sarebbe e che atmosfera dovrebbe avere per ispirarti ogni giorno?
Adoro questa domanda. Sicuramente il mio studio non sarebbe solo un luogo di lavoro, ma anche uno spazio di incontro, dove amici e conoscenti possano scambiarsi idee sincere e stimoli artistici. Me lo immagino magico, spirituale, colorato ma senza esagerare, pieno di piante e di luce naturale, circondato dal verde, che per me è fondamentale. L’importante sarebbe poterlo condividere con le persone che amo, ma allo stesso tempo mantenerlo come un rifugio personale, dove isolarmi e sentirmi nel mio elemento.
Descriviti in tre colori.
Sicuramente arancione, il mio colore preferito, che per me rappresenta la luce. Rosso, che ho riscoperto grazie a un quadro che mi hanno commissionato e che da allora è entrato a far parte di me. E il verde, che trovo difficile da usare nei quadri, ma che richiama la natura, con cui mi sento profondamente in sintonia.








