GIOVANNI GENTILE

GIOVANNI GENTILE inizia il suo avvicinamento al mondo della scrittura e dell’arte scenica vincendo a 20 anni e per due anni di seguito, il concorso giornalistico universitario nazionale “CINEMAVVENIRE”, che gli consente di entrare nella giuria CINEMAVVENIRE-ANICAGIS della Mostra del Cinema di Venezia. Negli anni successivi muove i primi passi come regista e sceneggiatore di coreografie per coreografi locali. Studia scrittura teatrale e regia con Pippo Delbono attraverso laboratori e workshop tenuti dall’artista dal 1995 al 1998 in tutta Italia. Frequenta workshop di regia di Teatrodanza con Marigia Maggipinto, aiuto coreografa di Pina Bausch, e con Paola Scoppettuolo, coreografa della Compagnia Aleph di Roma, dal 2001 al 2004. Partecipa ai workshop di scrittura creativa e cinematografica tenuti da David Lynch durante la lavorazione, in Polonia, di Inland Empire. Nel 2011 scrive il musical “Io & Miryam”, che ancora oggi, tradotto in più lingue, sta girando il mondo. Socio fondatore della Compagnia Teatro Prisma di Bari porta in scena, negli anni seguenti, come autore e regista, le seguenti piéce teatrali:

  • 2013 La Locanda dei Desideri
  • 2014 Gli uomini vengono da Marte, un cazzo. Io vengo dal bar all’angolo.
  • 2014 L’amore è il marito della vita – Omaggio a Piero Ciampi
  • 2015 Le due vergini
  • 2015 Senza Rete – Lettere dal Manicomio
  • 2016 Palmina, Amara terra – Palmina Martinelli
  • 2017 Chi ha paura di Aldo Moro
  • 2018 Denuncio tutti. Lea Garofalo
  • 2019 L’agenda. 19 luglio 1992
  • Nel campo della poesia colleziona i seguenti riconoscimenti:
  • 2013 Premio Alda Merini 2013
  • 2014 Premio Letterario Osservatorio
  • 2014 2°Classificato Premio Internazionale Laurentum  – Presidenza della Repubblica,
  • 2015 Premio Letterario Fortuna D’Autore
  • 2015 Premio Città di Cattolica con il libro “Stronza come un assolo di contrabbasso”
  • Nel campo della drammaturgia e della regia vince i seguenti premi:
  • 2016 Premio Autori Italiani “Carlo Terron”- Sipario 2015 con “Le due Vergini”
  • 2016 nomination miglior drammaturgia per “Palmina – Amara terra mia” al Roma Fringe Festival 2016 Premio Teatri d’Inverno – Miglior spettacolo con “Le due vergini”
  • 2017 Premio Teatri d’Inverno – Miglior spettacolo con “Palmina – Amara terra mia”
  • 2018 Premio della critica “Teatri d’inverno” per “Chi ha paura di Aldo Moro”

Tiene corsi di scrittura creativa presso il Teatro Osservatorio di Bari e presso l’Istituto D. Anthea contro la dispersione scolastica per minori a rischio.

Quali sono le principali fonti di ispirazione per le tue opere teatrali?

Penso che l’arte abbia un grandissimo compito: raccontare la realtà. Da sempre qualsiasi forma d’arte ha raccontato le contraddizioni del tempo, i malesseri, i valori, la perdita dei valori e degli equilibri. L’arte è la forma storica più eloquente, più ancora degli stessi documenti storici. Leggendo l’Amleto studiamo la storia, guardando Medea entriamo in quel mondo. Ma anche semplicemente ascoltando una canzone di Guccini abbiamo una visione del mondo in cui l’autore si muove. Per cui la mia fonte di ispirazione è la realtà, la società in cui vivo, le persone che incontro, con i loro problemi, le loro profondità e soprattutto le loro zone “grigie”. Niente mi ispira di più del contemporaneo.

Come sviluppi i tuoi personaggi e quali elementi consideri essenziali per renderli credibili e interessanti?

I miei personaggi prendono tutti vita da ciò che ho visto o che mi è stato raccontato. Alcuni sono un insieme di più persone che ho conosciuto, altri sono proprio il ritratto preciso di un soggetto unico e riconoscibile. Ed è proprio questo mio partire dalla realtà che ha sempre interessato il pubblico, questo riconoscersi soprattutto nelle zone oscure, questo accendere un faro che illumina profondità umane che non sempre è bene che si portino alla luce nella vita reale, per paura del giudizio o perché semplicemente, non è bene farlo. Forse è questo che rende i miei personaggi credibili e capaci di far immedesimare le persone. Perché alla fine quell’abisso imperscrutabile ce l’abbiamo tutti e tutti sappiamo di averlo, anche chi pensa di no.

Puoi descrivere il tuo processo di scrittura? Hai una routine o un metodo particolare?
In realtà la scrittura in sé è la fase relativamente meno complessa del processo creativo. La mia prima fase è osservare il mondo. Viaggio, vado molto al cinema, molto a teatro, ascolto molta musica, sottopongo il mio cervello a un bombardamento di input esterni notevole. E in questa fase sento veramente i miei processi intellettivi allargarsi come spazi e come profondità. L’arte si nutre di arte, d’altronde. E faccio questo finché non arriva quella scintilla che accende l’incendio, l’idea, l’ispirazione la chiama qualcuno. Non sempre, anzi quasi mai, la prima idea è quella che risulterà poi dare vita all’opera finale, tante le scarto, tante il giorno dopo mi sembrano stupide. Però dopo aver trovato quella che dura nel tempo e che mi convince inizio a leggere qualunque cosa ci sia su quell’argomento, su quel sentimento, su quel periodo storico, su quel personaggio. E quando sono pronto e ho tutto chiaro nella mia testa, mi siedo e scrivo. E quest’ultima fase è veramente la fase liberatoria, come un aereo che rulla sulla pista per mesi e poi finalmente il pilota tira la cloche e si decolla.

Qual è stata la sfida più grande che hai affrontato nello scrivere una delle tue opere teatrali e come l’hai superata?

In realtà le sfide sono due e si ripresentano per ogni opera che scrivo: eliminare la retorica e non provare a stupire il pubblico con mezzucci antichi come mio nonno tipo il nudo o la parolaccia forzata. La retorica a teatro è veramente una delle cose più vomitevoli che possa esistere. Ho visto spettacoli, soprattutto quelli come i miei di teatro civile, impregnati di una retorica melensa e appiccicosa. Non nego che molte volte dopo 10 minuti dall’inizio di spettacoli così sono andato via. E’ proprio fastidiosa la retorica. Sto molto attento a non caderci. Così come sto molto attento a non cadere in quelle cose da teatro degli anni ’70 tipo gli animali morti in scena, le donne nude, le parolacce, Diceva qualcuno che più cose del genere ci sono in uno spettacolo più l’autore e il regista hanno poco da dire. 

In che modo il feedback del pubblico e dei critici influenza il tuo lavoro?

Devo dire molto e molto poco. Nel senso che cerco di trarre delle cose buone e dei suggerimenti da tutto, anche dalle critiche più feroci e senza senso. C’è sempre modo e tempo di migliorarsi. Però allo stesso tempo non ho mai risposto a una critica. Il pubblico paga il biglietto e mi fa vivere (io non vivo di finanziamenti pubblici per scelta), i giornalisti fanno il loro mestiere ed entrambi hanno il diritto di dire tutto quello che vogliono su quello che vedono. Non amo molto gli artisti che si piccano o che rispondono. Poi sta a me prendere da questa critica qualcosa che mi serve o lasciarla cadere nell’oblio, ma la gente ha il diritto di dire quello che vuole sulle mie cose. Se mi scocciasse la critica sarebbe meglio che facessi il commesso o il geometra al catasto. 

Quali sono gli aspetti del teatro che ritieni unici rispetto ad altre forme di narrazione, come il cinema o la letteratura?

L’aspetto che più mi affascinò a suo tempo del teatro fu l’irripetibilità dell’evento. Mentre qualsiasi forma d’arte rimane fissata, il teatro (incluso la danza) è irripetibile. Quello che succede una sera succede quella sera e basta. Già il giorno dopo lo spettacolo sarà diverso, per una sfumatura, un’intonazione, una luce diversa. Un libro rimane quello nei secoli, un film anche, un quadro non ne parliamo. Uno spettacolo è un evento unico che non si ripeterà mai più. Poi, questo per esperienza, il teatro ha un linguaggio deflagrante. Me ne sono accorto nel tempo. Uno spettacolo teatrale ha più forza di 100 conferenze, di 1000 libri, di 10 film. Non so perché accade ma è così. 

Puoi raccontarci un aneddoto interessante o divertente accaduto durante la messa in scena di una tua opera?

Ce ne sono tanti. Ad esempio per lo spettacolo “Chi ha paura di Aldo Moro” in tantissime repliche siamo stati interrotti da gente che si alzava e diceva la sua, che si indignava. Dopo una replica di “Palmina – amara terra mia” uno spettatore si è alzato in piedi durante gli applausi finali e ci ha velatamente augurato un incidente stradale procurato. Oppure durante “Mare Nostrum”, uno spettacolo sul fenomeno dell’immigrazione, tanta gente si è alzata ed è andata via dalla sala inferocita. Di divertente non so, ma il momento più toccante è stato quando durante “La cittadina vaticana Emanuela Orlandi” io dalla regia vedevo Pietro Orlandi piangere come un bambino. Ma se succedono tutte queste cose vuol dire che stai facendo bene il tuo lavoro. 

C’è un tema ricorrente o un messaggio particolare che cerchi di trasmettere attraverso le tue opere?

Spesso spingo sul coraggio di indignarsi. Siamo un popolo che non si indigna più. Siamo collerici ai semafori, collerici tra di noi, sui social. Ma l’indignazione e lo sdegno per le ingiustizie sembra un sentimento che non appartiene più a questo paese.  

Quali scrittori o opere teatrali hanno influenzato maggiormente il tuo stile e la tua carriera?

Sembrerà strano ma devo fare il nome di un gruppo musicale: i Beatles. Senza di loro io farei un altro mestiere. Loro hanno cambiato il mondo con la musica e sono cresciuto con la convinzione che si possa cambiare il mondo, e si debba cambiare il mondo, con l’arte. Altrimenti se non miri a questo è solo un inutile onanismo dell’attore sul palcoscenico. L’arte o cambia il mondo o non è arte. E’ grazie a loro che faccio teatro. 

Che consiglio daresti a un giovane aspirante scrittore teatrale?

Di imparare benissimo una lingua straniera e di andarsene dall’Italia. Perché in Italia se non sei pagato dalla politica e dai ministeri fai veramente molta fatica. 

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